Editoriale

Cieli Bui

Cieli BuiBisogna fare tanto di cappello agli amici di Cielobuio. La loro determinazione, il loro entusiasmo e l’efficienza della loro macchina da guerra li hanno catapultati agli onori della cronaca, facendogli guadagnare l’esplicito riferimento al proprio nome, nella operazione appena inclusa nella legge di stabilità. Chapeau!

Stiamo parlando naturalmente di Cieli Bui, l’iniziativa varata dal governo nell’ambito della spending review, con l’obiettivo di far risparmiare energia (e dunque danaro) alle amministrazioni pubbliche.

Fatti i doverosi riconoscimenti, devo confessare tuttavia che la prima sensazione da cui sono stato investito, alla notizia del varo di Cieli Bui, è stata un brivido lungo la schiena.

Il comunicato stampa annunciava che, con decreto del Presidente del Consiglio, saranno stabiliti gli “standard tecnici delle fonti di illuminazione e le misure di moderazione del loro utilizzo eccetera eccetera”.

Ma come? Ancora un altro decreto? Decenni di studi e approfondimenti teorici, normative, regolamenti, leggi nazionali e regionali: tutto questo proprio non bastava a dare prescrizioni, sufficienti ad evitare sprechi e malefatte? E coloro che, per incompetenza, per leggerezza, o per dolo, hanno ignorato quelle prescrizioni, provocando i guasti che vediamo: cosa ci autorizza a credere che costoro si affanneranno ora a rispettare il nuovo decreto?

E quale sarà il lessico di questo nuovo decreto? Conterrà anche parole come progetto, progettista,  professionalità, competenza, responsabilità, innovazione, investimenti, tecnologia? Oppure si limiterà a riportare parole come spegnere e affievolimento?

Perché, se così fosse, non sarà soltanto la luce delle nostre città ad affievolirsi, ma anche la nostra speranza di risolvere realmente la cosa.

A Firenze è stata inaugurata, da poche settimane, la nuova illuminazione esterna del Duomo, che ha suscitato un acceso dibattito in città. Un importante quotidiano locale ha messo in rete un sondaggio per testarne il gradimento. Al momento in cui scrivo, il primo quesito (“…ti piace la nuova illuminazione?”) mostra un leggero vantaggio dei sì. Curiosamente, il risultato si ribalta invece sulla seconda domanda (“…dovrebbe essere abbassata?”), che vede una simmetrica prevalenza di chi vorrebbe il Duomo meno illuminato, ad indicare che una parte consistente di chi pure ha espresso gradimento, in realtà non è proprio completamente soddisfatta.

Ma insomma, diciamo pure che la situazione sia di sostanziale parità. Fin qui, tutto normale. Guelfi e Ghibellini:  se ce n’è uno favorevole ce ne dev’essere un altro contrario. E’  scritto nel DNA degli italiani, e dei fiorentini specialmente. Anche io ho partecipato a quel sondaggio, ma non voglio cavarmela con un “mi piace” / “non mi piace”, come se si trattasse di una pagina facebook. Voglio invece tentare una riflessione un po’ più articolata.

A mio giudizio, la sintesi più efficace della situazione, non è espressa tanto dalle risposte, quanto piuttosto dalle domande di quel sondaggio. Il fatto che un importante organo di informazione abbia chiesto ai propri lettori se avrebbero preferito una illuminazione meno intensa, porta infatti ad alcune riflessioni.

Se è stata posta quella domanda, è perché l’impostazione di quel progetto non consente di sottoporre a valutazione nulla altro che la sola quantità di luce. Il progetto cioè, ha dato per scontato che l’illuminazione dovesse essere gettata addosso al monumento, in modo indistinto. Le ombre annullate; i volumi e rilievi schiacciati; l’architettura appiattita e resa bidimensionale. Il progetto della luce, che dovrebbe essere fatto di differenze, di sfumature, di rispetto della architettura, di chiari e di scuri, è stato così ridotto appunto ad un pura questione di quantità.

E’ questo, purtroppo, un approccio che non è isolato ed è invece assai ricorrente nella illuminazione di architettura. L’oggetto illuminato, che dovrebbe essere il vero protagonista, viene trascurato, a vantaggio di un malinteso effetto di sensazionalità. La luce usata come fine e non come mezzo. Si innesca una spirale verso livelli di illuminamento sempre maggiori, dimenticando che ciò che fa risaltare un oggetto non è tanto la quantità di luce, quanto il contrasto che l’oggetto, ed ogni sua parte, hanno nei confronti degli oggetti che gli stanno accanto.

Nel caso di Piazza Duomo poi, questo approccio ha generato un ulteriore effetto collaterale. La quantità di proiettori e la loro collocazione sono tali che l’occhio del visitatore non può spaziare senza esserne abbagliato. Il ché oltre ad essere assai fastidioso, rende peraltro inutile quella illuminazione così elevata giacché, costringendo continuamente l’occhio ad adattarsi alle luminosità abbaglianti, fa apparire più buie proprio quelle superfici che si sarebbero volute enfatizzare.

Una volta, anni fa, un architetto belga,  per descrivermi l’effetto di luce che avrebbe voluto ottenere, usò una definizione che ho poi acquisito come postulato dei miei progetti: “silence des yeux”. Ecco: così come non si può ascoltare un concerto se non c’è silenzio in sala, allo stesso modo non si può apprezzare una meraviglia come il Duomo di Firenze se non c’è abbastanza “silenzio degli occhi”.

 

LuminarieE’ Natale, si riaccendono le luminarie. Va benissimo: da sempre i momenti più significativi per una comunità sono accompagnati dall’uso della luce festoso, volutamente esagerato, dal sapore spesso strapaesano.

E vanno benissimo anche quelle iniziative, che pure approfittano del periodo di festività, e che con le prime hanno in comune solo  il materiale “luce”, usato però con ben altra levatura per proporre progetti artistici e culturali.

Va tutto benissimo, purché le cose siano chiare.

Se si comincia a barare sulle parole, e si cerca di spacciare per arte ciò che invece è solo una luminaria più astrusa (e più costosa), si rende un pessimo servizio alla cultura, ingenerando una confusione di cui francamente non sentiamo il bisogno.

E una confusione ancora maggiore si provoca se, all’intreccio delle definizioni, si aggiunge anche l’attività che noi svolgiamo ogni giorno: cioè la progettazione della luce, non per una installazione o per una festa, ma per tutti i giorni.

 Che, per carità, non è una cosa più nobile, ma certamente è una cosa diversa.

 

 

Voglio spezzare una lancia in favore di una categoria assai bistrattata: quella dei venditori di fumo.

Ci si riferisce a questi professionisti con un tono sempre dispregiativo, ignorando il livello di professionalità eccezionalmente evoluto che la loro specializzazione richiede.

 Chiunque, all’occorrenza, è capace di produrre e vendere un po’ di fumo. Tutti noi, proviamo continuamente ad accompagnare con un po’ di fumo il nostro lavoro. Ma si tratta di una attività marginale, svolta spesso con un approccio dilettantesco ed approssimativo, tanto per dare maggiore completezza al proprio operato.

 Al contrario, il venditore di fumo puro, quello che della produzione e vendita di fumo ha fatto il solo oggetto della propria attività, e che da vendere non ha proprio altro, deve mettere nel proprio lavoro un impegno ed una competenza inimmaginabili. L’ideazione, la progettazione, la realizzazione e messa a punto di fumo, e poi la sua distribuzione nelle quantità necessarie a soddisfare il mercato globale, richiedono una preparazione molto approfondita oltre che, naturalmente, una buona dose di talento naturale.

 D’altra parte, vendere fumo è una delle attività per le quali il nostro Paese vanta una tradizione consolidata; una delle bandiere del Made in Italy. Tanto che spesso si mantiene saldamente radicata in Italia l’attività di produzione e vendita di fumo, anche quando sia inevitabile delocalizzare lontano tutto il resto della produzione.

Dunque, se decidete di comprare del fumo, rivolgetevi a dei professionisti di provata esperienza. Potreste, altrimenti, prendere delle fregature….