Grande affluenza sin dal primo giorno di fiera. Francoforte si conferma ancora una volta la fiera di riferimento del settore.

Diverse le novità presentate e tra queste ne vogliamo segnalare una in particolare. Se 2 anni fa la luce sembrava solo fatta di colore e dinamismi, oggi siamo oltre e, alla fantasia un po’ burina del colore comunque, ci si interroga sul tuning dei bianchi

Seguite attraverso i commenti,  le sensazioni, le novità,  quello che ci aspetterà nel prossimo futuro e, se volete diventare nostri inviati, inserite i vostri commenti a questo articolo ed inviate le vostre foto all’indirizzo: infoblog@apilblog.it

video:  l\’installazione OLED proposta da Philips

Forse, a qualcuno è sfuggita una notizia girata qualche mese fa in rete, e ripresa ieri in TV, in una in una di quelle trasmissioni che vanno dopo la mezzanotte e che di solito non guarda nessuno.

Si tratta di questo: megalopoli filippina; baraccopoli sterminate; ammassi di catapecchie fatte di lamiera ondulata e pannelli raccattati fra i rifiuti. La corrente elettrica non arriva, e se anche arrivasse, la gente che ci abita non avrebbe di che pagarla. Anche qualcosa che assomigli ad una finestra, è spesso un lusso non sostenibile. E poi, le baracche sono talmente addossate le une alle altre che la luce del sole difficilmente ce la farebbe a raggiungerne l’interno.

Il risultato è che questa gente non ha LUCE. Stanno praticamente al buio, anche di giorno. Non possono godere neanche dell’unica risorsa che, ai tropici, sarebbe gratis ed inesusaribile.

Un gruppo di volontari, ha messo a punto il progetto “Un Litro di Luce”, che si propone di portare almeno un po’ di luce in quelle misere baracche, ad un costo sostenibile, quasi nullo. L’idea è tanto semplice quanto geniale. Raccattano dai rifiuti una bottiglia di plastica ed un pezzo di lamiera ondulata, fanno un buco nella lamiera e ci passano la bottiglia, mezza di qua e mezza di là. Sigillano la giuntura con del mastice, che è l’unica cosa che devono comprare; riempiono la bottiglia con acqua e candeggina (che pare mantenga l’acqua trasparente, evitando che si formino alghe o micro-organismi) e piazzano questa specie di condotto di luce sul tetto della baracca. Ed ecco che, almeno di giorno, la baracca si illumina e restituisce un minimo di dignità alla vita di quelle persone.

 

 
 

 

La criticità della resa cromatica delle sorgenti allo stato solido, tipica della produzione iniziale agli albori dell’era dei LED, si è rapidamente evoluta, fino ad arrivare ad un ribaltamento che ha del paradossale. Oggi, la possibilità di modulare su diversi canali l’emissione di sorgenti elementari in diverse tonalità di bianco o in colori saturi, consente praticamente di comporre spettri cromatici su misura.

Alcune installazioni recenti, che hanno adottato questo approccio in ambito artistico, hanno mostrato risultati visivamente spettacolari, che tuttavia portano con sé un problema per così dire etico: fino a che punto è lecito enfatizzare un colore specifico, col rischio di compromettere l’equilibrio nelle rese cromatiche dei colori rimanenti?

Nelle illuminazioni commerciali, da sempre si adottano artifici per rendere al meglio i colori di determinati prodotti (la carne, il pesce, il pane, ecc.), ma questo in generale non comporta alcuna conseguenza giacché quelle sorgenti sono destinate appunto ad applicazioni specifiche, per le quali le rese cromatiche dei colori diversi da quelli per i quali sono state concepite non sono rilevanti.

Ma quanto è lecito adottare un approccio analogo nella illuminazione artistica?  Se si enfatizza ad esempio una certa nuance di colore, tipica in un artista o prevalente in un certo dipinto, si rischia di alterare l’equilibrio nella resa dei colori rimanenti che pure, per quanto in misura minore, possono essere stati usati dallo stesso artista, nello stesso dipinto.

Dunque, qualsiasi manipolazione artificiosa di uno spettro, deve sempre essere accompagnata da una analisi accurata sull’intero spettro, che garantisca la maggiore fedeltà possibile nella resa dei colori, per tutta la sua estensione. Ma questo approccio, è oggi reso assai difficoltoso, se non impossibile, dalla carenza di informazioni messe a disposizione dai produttori.

Il problema in effetti, non è altro che quello (annoso) di una valutazione ragionevolmente oggettiva della resa cromatica di una sorgente.

Tutti sappiamo che l’Indice di Resa Cromatica (CRI) è un dato assolutamente insufficiente a descrivere in modo affidabile la resa cromatica di una sorgente, ed abbiamo sempre diffidato della sua validità assoluta. Il CRI è tanto meno affidabile per le sorgenti allo stato solido, che mostrano spesso valori particolarmente deludenti, tali da non rendere giustizia della reale resa cromatica valutata all’esame visivo. E cionondimeno, la praticità di affidarsi ad un solo valore, capace di condensare informazioni complesse, è talmente forte che prima o poi tutti ci siamo trovati nella necessità di appoggiarci a quel dato, pur conoscendone i limiti.

Di un valore di quel genere noi progettisti abbiamo bisogno: che superi i limiti del CRI e sia sintetico ed immediato nell’utilizzo ma, soprattutto che sia significativo.

Questo problema sta creando una situazione paradossale: il massimo della tecnologia disponibile, in fatto di gestione dei colori, si accompagna di fatto al minimo della informazione, mettendo il progettista nella impossibilità pratica di effettuare delle valutazioni comparative consapevoli.

Da una parte, la comunità scientifica sta (da tempo) approfondendo il problema , studiando metodi alternativi al CRI e più efficaci (uno di questi, il CQS, Color Quality Scale, che pare essere il maggior candidato a diventare il nuovo standard, sarà l’oggetto di un articolo di prossima pubblicazione). Dall’altra parte però, in assenza di un approccio universalmente accettato, si sta assistendo a comportamenti disomogenei, che portano ad inaccettabili carenze di informazione. Le informazioni relative agli aspetti cromatici dei LED fornite dalle aziende produttrici di apparecchi, sono in generale molto scarne, e si limitano per lo più alla sola indicazione della temperatura di colore. Il CRI, generalmente, non viene affatto citato, giacché come si è detto fornirebbe risultati deludenti e comunque non significativi. Tanto meno vengono riportati gli spettri cromatici, e neppure vengono forniti parametri alternativi (come il succitato CQS) che, per quanto ancora poco diffusi e dunque difficilmente valutabili, pure potrebbero fornire informazioni utili a quei progettisti che avessero voglia o necessità di approfondire la questione. Purtroppo, questo accade anche per aziende blasonate, dalle quali ci si aspetterebbe una maggiore attenzione.

A complicare ulteriormente la cosa, c’è il fatto che per le sorgenti il cui spettro sia modulabile tramite dimmerazione separata su più canali di sorgenti elementari di diverso colore , non è possibile caratterizzare a priori la resa cromatica della sorgente, giacché questa è appunto variabile. Ci dovrebbe essere dunque la possibilità di valutare tali parametri per qualunque combinazione possibile , tramite software.

In attesa che venga messa a punto un parametro effettivamente significativo e che esso si imponga come nuovo standard in sostituzione del vecchio CRI cosa dovremmo fare noi progettisti? Affidarci al solo esame visivo? O dovremmo sopperire alla carenza di informazioni verificandole direttamente, e dunque facendo entrare nei nostri studi lo spettrofotometro come strumento abituale di analisi, al pari del luxmetro che ciascuno di noi ha comprato per prima cosa, all’inizio della propria attività?

Spero in numerosi e qualificati commenti…